Non posso non dedicare un post sul mio artista preferito, Alberto Giacometti.
Nasce il 10 ottobre 1901 in Svizzera da un padre pittore, aderente al neo-impressionismo, che lo inizia all’arte fin da piccolo.
Già a 20 anni viaggia e soggiorna a Roma, per conoscere le opere dei grandi maestri della storia dell’arte italiana e quel classico che tanto attirava gli artisti fin dal rinascimento.
Proprio la sua formazione lo porta nella direzione di un’arte priva di intellettualismo e che si rivolge alle sue origini e verso uno studio approfondito della figura umana, ma non uno studio anatomico e figurativo dell’essere umano, bensì verso la condizione dell’uomo da un punto di vista antropologico che sfocerà, qualche anno più tardi in una riflessione esistenzialista.
Proprio l’esistenzialismo di Giacometti, che si sviluppa negli anni ’30, lo porta ad avvicinarsi al grande filosofo francese Sartre: i due si conoscono e proprio per le loro riflessioni affini riguardo l’esistenza e la figura dell’uomo entrano in sintonia, influenzandosi anche nella realizzazione dei rispettivi lavori.
Tante sono le opere che riflettono queste riflessioni di Alberto, ma una su tutte mi ha sempre colpito ed è forse anche l’opera su cui mi soffermo di più ogni volta che la vedo, in foto o nella mia mente: si tratta de “L’homme qui marche”, “L’uomo che cammina”.
Scultura in bronzo alta 183cm si presenta agli occhi dello spettatore come una figura scarna, consumata, emaciata; la forma è innaturalmente allungata, con una testa straordinariamente espressiva e studiata.
Ma al di la della forma, mi interessa la sua condizione e la condizione dell’uomo che si concentra in questa figura scheletrica e consumata: l’uomo cammina come dice il titolo ed è spontaneo chiedersi “dove?”; la risposta non c’è e l’opera, a mio avviso, è riuscita nel momento stesso in cui suscita la domanda, poiché non penso che Giacometti volesse fornire una risposta e dare quindi una meta al suo Uomo, anzi, voleva che chi gli si trova davanti si interroghi su quale sia la destinazione dell’essere umano e la propria.
Tutti noi compiamo un viaggio, che si chiama vita, ma qual è il nostro obiettivo? Dove ci porta la nostra vita? E’ possibile prefissarsi una meta?
Domande la cui risposta è aperta, soggettiva, individuale…
Già individuale: perché l’Uomo che cammina verso il suo obiettivo, Giacometti lo rappresenta da solo e l’essenza della solitudine dell’essere umano di Alberto la si percepisce di fronte a molte altre opere di Giacometti, soprattutto in quelle “foreste” di uomini che camminano.
La fondazione Maeght di Saint-Paul de Vence ospita diverse opere di Giacometti e anche alcuni esempi di questi insieme di uomini, come ad esempio “Trois hommes qui marchent”, “Tre uomini che camminano”: questi 3 uomini condividono uno spazio preciso, un suolo, un basamento bronzeo; condividere uno spazio spesso ci porta ad immaginare una condivisione anche di parole, gesti, movimenti, momenti, ma in realtà osservando l’opera ci si accorgiamo che questi 3 uomini non condividono nulla se non, appunto, lo spazio; tutti e 3 sono intenti a camminare verso una destinazione; non si scambiano sguardi, parole, gesti, contatti.
Di nuovo ecco che si esprime la riflessione sulla condizione dell’uomo, un’esistenza fatta essenzialmente di solitudine; ogni uomo ha un proprio obiettivo, incontra altre persone, ma non condivide con queste nulla perché senza dubbio quelle hanno mete diverse.
L’uomo viene consumato dalla vita, dal tempo, dalle forze che agiscono nel mondo, senza trovare rifugio negli altri.
Queste riflessioni possono essere visionarie, corrette, condivisibili o meno: questo è il bello dell’arte così poco accademica e classica, che ognuno può riflettere e può ragionare partendo da quella piccola scintilla che l’artista lascia con e nelle sue opere.
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